Damon Albarn è un uomo straordinario. Ammiro e rispetto la sua intelligenza e il suo talento come di poche altre persone al mondo.
Lo scorso 17 febbraio la BBC2 ha dedicato una puntata di The Culture Show proprio a lui, portandolo nei luoghi della sua vita e facendogliela raccontare in relazione al disco solista che pubblicherà il prossimo aprile.
Un documentario di mezz'ora, per capire quale sia la profondità del lavoro del frontman dei Blur, che vale la pena di vedere anche solo per sentirgli suonare, al minuto 17:35, "Golden Brown" degli Stranglers con l'organo della chiesa di Colchester.
19 febbraio, 2014
31 dicembre, 2013
The Year of the Snake
Mi dicono che dovrei tirare le somme del 2013.
Anno strano, musicalmente: pochi concerti, niente festival, ascolti discontinui. Cose smontate, cose abbandonate, cose che avrebbero potuto e invece no.
Essendo fondamentalmente contraria alle classifiche, ecco gli highlights dell'anno che finisce.
- Il disco da mettere in cuffia quando tutto, intorno, dovrebbe scomparire:
- Il disco del genere più lontano dai miei ascolti abituali che invece mi ha fatto impazzire:
- Il disco che ho ascoltato più volte secondo il contatore di iTunes (che esclude quindi iPod, Spotify, viaggi in macchina e giradischi):
- Il disco che ho ascoltato più volte in macchina:
- Il disco che mi sarebbe piaciuto tantissimo tre anni fa ma è arrivato troppo tardi:
- I dischi che aspettavo da anni e, una volta arrivati, non avrei mai voluto ascoltare:
- La canzone che vorrei fosse stata scritta per me:
- Il concerto che aspettavo da anni ed è stato esattamente come avrei voluto: Blur, Milano, 28/07/2013
- Il concerto che aspettavo da anni ed è stato esattamente come non avrei mai voluto: The Growlers, Legnano, 14/11/2013
- Il festival a cui non avrei mai pensato di andare ma che ho seguito (praticamente) tutto, a tratti anche divertendomi: Club To Club, Torino, Novembre 2013
OFF TOPIC:
Non di sola musica fu il mio 2013. Ecco, allora:
- Il miglior libro tradotto in italiano: George Saunders, "Dieci Dicembre" (Minimum Fax)
- Il miglior libro non ancora tradotto in italiano: Rachel Kushner, "The Flamethrowers" (Scribner)
- Anti-Library 2013: Morrissey, "Autobiography" (Penguin Classics)
- La mostra dell'anno: Ragnar Kjartansson, The Visitors @ Hangar Bicocca, Milano
Anno strano, musicalmente: pochi concerti, niente festival, ascolti discontinui. Cose smontate, cose abbandonate, cose che avrebbero potuto e invece no.
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| Lou Reed, incontrato a novembre su un letto torinese. |
Essendo fondamentalmente contraria alle classifiche, ecco gli highlights dell'anno che finisce.
- Il disco da mettere in cuffia quando tutto, intorno, dovrebbe scomparire:
- Il disco del genere più lontano dai miei ascolti abituali che invece mi ha fatto impazzire:
- Il disco che ho ascoltato più volte secondo il contatore di iTunes (che esclude quindi iPod, Spotify, viaggi in macchina e giradischi):
- Il disco che ho ascoltato più volte in macchina:
- Il disco che mi sarebbe piaciuto tantissimo tre anni fa ma è arrivato troppo tardi:
- I dischi che aspettavo da anni e, una volta arrivati, non avrei mai voluto ascoltare:
- La canzone che vorrei fosse stata scritta per me:
- Il concerto che aspettavo da anni ed è stato esattamente come avrei voluto: Blur, Milano, 28/07/2013
- Il concerto che aspettavo da anni ed è stato esattamente come non avrei mai voluto: The Growlers, Legnano, 14/11/2013
- Il festival a cui non avrei mai pensato di andare ma che ho seguito (praticamente) tutto, a tratti anche divertendomi: Club To Club, Torino, Novembre 2013
OFF TOPIC:
Non di sola musica fu il mio 2013. Ecco, allora:
- Il miglior libro tradotto in italiano: George Saunders, "Dieci Dicembre" (Minimum Fax)
- Il miglior libro non ancora tradotto in italiano: Rachel Kushner, "The Flamethrowers" (Scribner)
- Anti-Library 2013: Morrissey, "Autobiography" (Penguin Classics)
- La mostra dell'anno: Ragnar Kjartansson, The Visitors @ Hangar Bicocca, Milano
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15 novembre, 2013
I Growlers e la lunga tradizione del liscio californiano.
[I Growlers, almeno in apparenza, sono un simpatico quintetto di disagiati californiani che suona un genere da loro denominato "Beach Goth" – etichetta di cui si è poi appropriato Dirty Beaches, ma questa è un'altra storia – di cui ho già parlato un sacco di volte. Ieri sera, per me, grande agnizione]
C'è una forte discrepanza tra l'atmosfera dei dischi dei Growlers e il loro live. Perché, una volta conosciuti di persona, non sono né simpatici, né (almeno ieri sera) disagiati, al contrario di quanto raccontato dalla maggior parte dei cronisti che li ha seguiti on the road negli Stati Uniti. Ma a Legnano pioveva, non bisogna per forza sempre diventare amici e una sera in cui ti girano capita a tutti. Che capiti a 7 persone contemporaneamente non è così statisticamente usuale, ma si sa, quando si sta a contatto per molto tempo i corpi entrano in sintonia, e quindi, probabilmente, anche il loro ciclo si è sincronizzato. Diciamo che, comunque, ricevere una risposta da avvocato immobiliare da uno a cui ho detto di non preoccuparsi di sparecchiare perché potevo farlo io non mi è mai capitato, ecco.
Quando arriviamo alla venue si sta già consumando un dramma: il tizio del gruppo di supporto (i Tomorrow Tulips, coppia di spanati biondi con una caschetto di capelli tagliato con l'accetta) ha perso il basso a Roma. Sì, ha perso il basso. A Roma. Il bassista di Growlers lo percula dicendogli che non gli farà usare il suo. Il tour manager sta cercando su quello che credo sia il Grindr dei bassisti qualcuno in zona che possa prestare uno strumento. Kyle Straka, nel frattempo, accorda la chitarra mentre, armato di spazzolino, si lava i denti a secco sul palco. Non abbiamo ancora cenato. Sarà la scena più rock'n'roll di tutta la serata, almeno per quanto riguarda chi deve suonare.
Dal vivo, il quintetto di Costa Mesa è anni luce distante da ciò che chiunque si aspetta. O forse no. Vibes, acidi, perdizione: niente di tutto ciò. Sul palco ci sono 5 persone che suonano praticamente la stessa cosa per un'ora e un quarto, la collocazione temporale della scrittura dei brani nella loro carriera è facilmente individuabile dai BPM in caduta libera. Nessuno si muove, se non Brooks Nielsen, il cantante. L'impressione che si ha è quella di un'orchestrina di liscio, con la chitarra riverberata al posto della fisarmonica – a questo punto avrei voluto poter scrivere "e testi che parlano di droghe e zozzerie", ma il quarto verso dall'inizio di 'Hung at Heart' è "One day you're gonna be my wife", quindi non ci siamo neanche più in quello –.
Diciamo che l'impressione generale più che questa
Davanti all'ennesima linea di basso pam pa-pa pam accompagnata dal tremolio della Farfisa ho veramente iniziato a farmi alcune domande su quello che stavo vedendo e ascoltando, e se davvero tutto questo che a noi europei suona tanto psych e alternativo non sia realmente, invece, ciò che in California viene suonato alle sagre di paese. So che può apparire grottesco, e probabilmente aver attraversato un Luna Park in macchina prima di arrivare potrebbe aver aumentato la suggestione, ma il Surf, soprattutto a Orange County, è un genere fortemente storicizzato, e quanto di più vicino a quello che descriverei come Liscio Californiano se mi venisse chiesto a bruciapelo di definirlo.
Non c'è veramente nulla per épater le bourgeois in quello che fanno i Growlers, anzi, è tutto molto prevedibile. I vestiti sporchi, il Barbour allacciato, i capelli inaffrontabili, lo scazzo totale, le mossettine, le storie cantate, l'uso delle droghe. Non c'è niente di psichedelico, nessuna ricerca sul genere (come fanno, invece, gli Allah-Las, che ieri sera tante volte sono comparsi nella mia mente – io che speravo in una loro growlerizzazione, ho invece assistito a una gratuita allah-lasizzazione dei Growlers). Per loro è così, e, probabilmente, non saprebbero neanche spiegarne il motivo.
In un reportage letto stamattina, più volte il cronista li definisce "alieni". Beh, nessuna definizione potrebbe essere più adeguata.
**
NOTA:
Nella prima stesura di questo post sono arrivata a citare "Il mondo come volontà e rappresentazione" di Schopenhauer. Quando mi sono accorta che forse era un po' troppo, ho messo su il vinile verde trasparente che mi sono fieramente accaparrata ieri, nonostante il delirio (l'EP 'Not. Pshyc!' appena uscito), e ho capito una cosa. I Growlers sono l'esatta incarnazione dello stereotipo dell'hipster declinato con quell'accezione negativa che tanto mi incattivisce – dall'atteggiamento all'immaginario, alle scelte estetiche adottate–. Ma quando non c'è nessun altro in mezzo (ciao Dan Auerbach!), e parte il jangle delle loro chitarre, chissenefrega. La California che sogno è proprio quella. Ascoltare per credere.
Last but not least: grazie a Simone Castello per avermi portata con sé.
Ladies and Gentlemen, A Night with The Growlers
C'è una forte discrepanza tra l'atmosfera dei dischi dei Growlers e il loro live. Perché, una volta conosciuti di persona, non sono né simpatici, né (almeno ieri sera) disagiati, al contrario di quanto raccontato dalla maggior parte dei cronisti che li ha seguiti on the road negli Stati Uniti. Ma a Legnano pioveva, non bisogna per forza sempre diventare amici e una sera in cui ti girano capita a tutti. Che capiti a 7 persone contemporaneamente non è così statisticamente usuale, ma si sa, quando si sta a contatto per molto tempo i corpi entrano in sintonia, e quindi, probabilmente, anche il loro ciclo si è sincronizzato. Diciamo che, comunque, ricevere una risposta da avvocato immobiliare da uno a cui ho detto di non preoccuparsi di sparecchiare perché potevo farlo io non mi è mai capitato, ecco.
Quando arriviamo alla venue si sta già consumando un dramma: il tizio del gruppo di supporto (i Tomorrow Tulips, coppia di spanati biondi con una caschetto di capelli tagliato con l'accetta) ha perso il basso a Roma. Sì, ha perso il basso. A Roma. Il bassista di Growlers lo percula dicendogli che non gli farà usare il suo. Il tour manager sta cercando su quello che credo sia il Grindr dei bassisti qualcuno in zona che possa prestare uno strumento. Kyle Straka, nel frattempo, accorda la chitarra mentre, armato di spazzolino, si lava i denti a secco sul palco. Non abbiamo ancora cenato. Sarà la scena più rock'n'roll di tutta la serata, almeno per quanto riguarda chi deve suonare.
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| I Growlers al soundcheck, lo spazzolino purtroppo non si vede. |
Dal vivo, il quintetto di Costa Mesa è anni luce distante da ciò che chiunque si aspetta. O forse no. Vibes, acidi, perdizione: niente di tutto ciò. Sul palco ci sono 5 persone che suonano praticamente la stessa cosa per un'ora e un quarto, la collocazione temporale della scrittura dei brani nella loro carriera è facilmente individuabile dai BPM in caduta libera. Nessuno si muove, se non Brooks Nielsen, il cantante. L'impressione che si ha è quella di un'orchestrina di liscio, con la chitarra riverberata al posto della fisarmonica – a questo punto avrei voluto poter scrivere "e testi che parlano di droghe e zozzerie", ma il quarto verso dall'inizio di 'Hung at Heart' è "One day you're gonna be my wife", quindi non ci siamo neanche più in quello –.
Diciamo che l'impressione generale più che questa
è stata questa
Davanti all'ennesima linea di basso pam pa-pa pam accompagnata dal tremolio della Farfisa ho veramente iniziato a farmi alcune domande su quello che stavo vedendo e ascoltando, e se davvero tutto questo che a noi europei suona tanto psych e alternativo non sia realmente, invece, ciò che in California viene suonato alle sagre di paese. So che può apparire grottesco, e probabilmente aver attraversato un Luna Park in macchina prima di arrivare potrebbe aver aumentato la suggestione, ma il Surf, soprattutto a Orange County, è un genere fortemente storicizzato, e quanto di più vicino a quello che descriverei come Liscio Californiano se mi venisse chiesto a bruciapelo di definirlo.
Non c'è veramente nulla per épater le bourgeois in quello che fanno i Growlers, anzi, è tutto molto prevedibile. I vestiti sporchi, il Barbour allacciato, i capelli inaffrontabili, lo scazzo totale, le mossettine, le storie cantate, l'uso delle droghe. Non c'è niente di psichedelico, nessuna ricerca sul genere (come fanno, invece, gli Allah-Las, che ieri sera tante volte sono comparsi nella mia mente – io che speravo in una loro growlerizzazione, ho invece assistito a una gratuita allah-lasizzazione dei Growlers). Per loro è così, e, probabilmente, non saprebbero neanche spiegarne il motivo.
In un reportage letto stamattina, più volte il cronista li definisce "alieni". Beh, nessuna definizione potrebbe essere più adeguata.
**
NOTA:
Nella prima stesura di questo post sono arrivata a citare "Il mondo come volontà e rappresentazione" di Schopenhauer. Quando mi sono accorta che forse era un po' troppo, ho messo su il vinile verde trasparente che mi sono fieramente accaparrata ieri, nonostante il delirio (l'EP 'Not. Pshyc!' appena uscito), e ho capito una cosa. I Growlers sono l'esatta incarnazione dello stereotipo dell'hipster declinato con quell'accezione negativa che tanto mi incattivisce – dall'atteggiamento all'immaginario, alle scelte estetiche adottate–. Ma quando non c'è nessun altro in mezzo (ciao Dan Auerbach!), e parte il jangle delle loro chitarre, chissenefrega. La California che sogno è proprio quella. Ascoltare per credere.
Last but not least: grazie a Simone Castello per avermi portata con sé.
27 ottobre, 2013
La mia vita in Lou Reed
Un'ora fa ho saputo da un tweet della morte di Lou Reed. Anche se, apparentemente, la mia frequentazione con il musicista newyorkese non era così assidua, la sua impronta nella mia vita è stata molto più profonda di quanto pensassi.
Questa è, in ordine non strettamente cronologico – soprattutto perché non ho voglia di ricostruirla con precisione filologica – la mia vita in Lou Reed.
- Anni Ottanta. Mia mamma porta spesso una t-shirt di un gruppo punk – di cui ora non ricordo il nome – con stampata una parodia della banana di Andy Warhol.
- 1996. "Perfect Day" è nella colonna sonora di "Trainspotting". Ho 14 anni ed è il mio primo incontro con Lou Reed.
- 1997. La BBC raggruppa una serie di celebrità per un singolo di beneficenza. Cantano "Perfect Day" e tra loro c'è anche Shane McGowan. Ho 15 anni, ed è la prima volta che vedo i suoi denti.
- 1998. "Vicious" è nella colonna sonora di Radiofreccia che, volente o nolente, se hai 16 anni è un film che ti segna.
- 1998 di nuovo. Sono in piena crisi Bluvertigo. Morgan & soci suonano insieme a Lucio Dalla (al sax) in un improbabile programma RAI chiamato Tarattattà "Take a Walk on the Wild Side"
- Sempre 1998. Sono in fissa con "Velvet Goldmine". "Satellite of Love" con Ewan McGregor e Jonathan Rhys Meyers su una giostra è una cosa a cui penso spesso.
- (Credo 1999, o forse 2000). Ispirata da "Venus in Furs" compro un paio di Dr. Martens di vernice nera alte fino al ginocchio. Credo che gli stivali a cui pensasse Lou fossero leggermente diversi, ma per me quello è il massimo.
Nel caso ve lo chiedeste: sì, li ho e li uso ancora.
- Data imprecisata ma qui in mezzo. Mia mamma torna a casa un giorno con una copia di "Transformer" incellophanata per me. Mi dice che l'ha trovato sul tavolo del libero scambio della biblioteca e che le sembrava non l'avessi, ma che dovrei. Infatti non ce l'ho, e la adoro.
- 2006, sono in Accademia. Al corso di Ultime Tendenze per le Arti Visive di parla di "Sound & Vision", arte e musica. Da lì è un attimo avere come tormentone che "Nel 1967 sono usciti tre dischi fondamentali per la storia della musica: in UK "Sgt. Peppers..." dei Beatles, negli USA il self titled dei Velvet Underground & Nico con la banana di Andy Warhol e in Italia "Dedicato a..." delle Stelle di Mario Schifano.
- Ancora 2006, lavoro a Vigevano con due mie compagne di Accademia. Non so perché ma a un certo punto a ogni viaggio in treno mi trovo a fare l'imitazione dell'accento newyorkese di Lou Reed in "Waiting for the Man", con loro che muoiono dal ridere.
- 2011. Mi trasferisco a Berlino, da sola, per quattro mesi. Ho un programma di residenza per curatori da seguire, ma i primi quindici giorni, prima di iniziare, li trascorro completamente da sola. Vado tutti i pomeriggi nello stesso bar, ordino un caffè e una fetta di torta di ciliegie. Nelle orecchie ho sempre e solo questa
- 12 Ottobre 2013. Una delle due compagne di avventura vigevanesi compie gli anni. Si è trasferita da qualche anno a New York, e nel farle gli auguri le dico che ormai l'accento verrà meglio a lei che a me.
- 27 Ottobre 2013. RIP Lewis Reed.
Questa è, in ordine non strettamente cronologico – soprattutto perché non ho voglia di ricostruirla con precisione filologica – la mia vita in Lou Reed.
- Anni Ottanta. Mia mamma porta spesso una t-shirt di un gruppo punk – di cui ora non ricordo il nome – con stampata una parodia della banana di Andy Warhol.
- 1996. "Perfect Day" è nella colonna sonora di "Trainspotting". Ho 14 anni ed è il mio primo incontro con Lou Reed.
- 1997. La BBC raggruppa una serie di celebrità per un singolo di beneficenza. Cantano "Perfect Day" e tra loro c'è anche Shane McGowan. Ho 15 anni, ed è la prima volta che vedo i suoi denti.
- 1998. "Vicious" è nella colonna sonora di Radiofreccia che, volente o nolente, se hai 16 anni è un film che ti segna.
- 1998 di nuovo. Sono in piena crisi Bluvertigo. Morgan & soci suonano insieme a Lucio Dalla (al sax) in un improbabile programma RAI chiamato Tarattattà "Take a Walk on the Wild Side"
- Sempre 1998. Sono in fissa con "Velvet Goldmine". "Satellite of Love" con Ewan McGregor e Jonathan Rhys Meyers su una giostra è una cosa a cui penso spesso.
- (Credo 1999, o forse 2000). Ispirata da "Venus in Furs" compro un paio di Dr. Martens di vernice nera alte fino al ginocchio. Credo che gli stivali a cui pensasse Lou fossero leggermente diversi, ma per me quello è il massimo.
Nel caso ve lo chiedeste: sì, li ho e li uso ancora.
- Data imprecisata ma qui in mezzo. Mia mamma torna a casa un giorno con una copia di "Transformer" incellophanata per me. Mi dice che l'ha trovato sul tavolo del libero scambio della biblioteca e che le sembrava non l'avessi, ma che dovrei. Infatti non ce l'ho, e la adoro.
- 2006, sono in Accademia. Al corso di Ultime Tendenze per le Arti Visive di parla di "Sound & Vision", arte e musica. Da lì è un attimo avere come tormentone che "Nel 1967 sono usciti tre dischi fondamentali per la storia della musica: in UK "Sgt. Peppers..." dei Beatles, negli USA il self titled dei Velvet Underground & Nico con la banana di Andy Warhol e in Italia "Dedicato a..." delle Stelle di Mario Schifano.
- Ancora 2006, lavoro a Vigevano con due mie compagne di Accademia. Non so perché ma a un certo punto a ogni viaggio in treno mi trovo a fare l'imitazione dell'accento newyorkese di Lou Reed in "Waiting for the Man", con loro che muoiono dal ridere.
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| In a small cafè... Berlino, 3 marzo 2011, il giorno dopo essere arrivata. L'originale è qui |
- 2011. Mi trasferisco a Berlino, da sola, per quattro mesi. Ho un programma di residenza per curatori da seguire, ma i primi quindici giorni, prima di iniziare, li trascorro completamente da sola. Vado tutti i pomeriggi nello stesso bar, ordino un caffè e una fetta di torta di ciliegie. Nelle orecchie ho sempre e solo questa
- 12 Ottobre 2013. Una delle due compagne di avventura vigevanesi compie gli anni. Si è trasferita da qualche anno a New York, e nel farle gli auguri le dico che ormai l'accento verrà meglio a lei che a me.
- 27 Ottobre 2013. RIP Lewis Reed.
29 luglio, 2013
And Watch the World Spinning Gently Out of Time...
Quando mi sono messa a pensare alle domande da fare ai Blur in un'ipotetica intervista, quella che continuava a tornarmi in mente era "Vi ritrovate ancora nei pezzi più vecchi?", che in inglese usa quel "fit" la cui sfumatura indica un andare bene quasi fisico. Essendo nel pieno del "tengo famiglia tour 2013", difficilmente mi avrebbero risposto di no, anche se sono sicura che la stessa domanda, posta nel 2003, mi avrebbe fornito una risposta più sincera – o, semplicemente, quella che io stessa avrei voluto sentire.
Per questo motivo, il primo sentimento che mi ha investita appena le luci si sono accese e il basso di Alex James ha attaccato "Girls & Boys" è stato di grande tristezza. Tristezza, sì, perché il volto di Damon Albarn porta dei segni che meritano di raccontare cose che vanno ben oltre un saltellare sulle vacanze in Grecia o "There's No Other Way", replicando pedissequamente le mossette di 20 anni fa.
Era ridicolo, quasi patetico, e se ci sono due aggettivi che ai quattro Blur proprio non si addicono sono questi.
Flashback: la prima volta che ho visto Albarn, Coxon, James e Rowntree live è stata nel 1997, al Palavobis, per il tour del self titled. Ricordo molto poco di quella serata, era il mio primo concerto. Li ho rivisti due anni dopo, all'Heineken Jammin' Festival di Imola, suonare al tramonto in un autodromo pieno di invasati che aspettavano Marylin Manson. Nel 2003, invece, stavo con una persona che non voleva neanche sentirli nominare. Poraccio.
28 luglio 2013, il mio concerto dei Blur inizia tra "Beetlebum" e "Out of Time". Abbiamo tutti qualche anno di più, e quelle che vogliamo sentirci dire sono cose diverse. Perché "To The End" non la puoi capire nè a 15 nè a 17 anni, ma a 31 sì; e "Trimm Trabb" e Damon con le braccia al cielo a chiederne di più su "Caramel", e la chitarra di Graham Coxon, che è quella che fa la differenza, ché Graham e Damon funzionano come John e Paul, con buona pace dei fratelli Gallagher.
Fa impressione vedere Damon Albarn emozionato, anche se dopo il video del suo pianto su "Tender" a Glastonbury avremmo tutti cantato "Oh my baby/ Oh why?/ Oh My?" per quattro ore, pur di avere anche noi le sue lacrime. Invece, Milano lo rende felice, tanto da provare una capovolta con rincorsa durante "Parklife" e sfracellarsi per terra; o da cantare tutta "Country House" in piedi sulla transenna (sì, lo fa sempre, lo so), ma soprattutto da cambiare la scaletta in corsa – e la cosa più bella che potessi avere davanti agli occhi è stato vederlo parlare sottovoce a Coxon, con quello sguardo e quel sorriso che tutti pensavamo tra i due non ci sarebbero più stati.
Non ho mai pianto durante un concerto. Ieri sera, invece, tanto.
Sono Guia, ho trentun anni, e quello di ieri sarà il mio ultimo concerto dei Blur.
Forse.
[Quella in mezzo è l'unica foto che ho scattato.]
Per questo motivo, il primo sentimento che mi ha investita appena le luci si sono accese e il basso di Alex James ha attaccato "Girls & Boys" è stato di grande tristezza. Tristezza, sì, perché il volto di Damon Albarn porta dei segni che meritano di raccontare cose che vanno ben oltre un saltellare sulle vacanze in Grecia o "There's No Other Way", replicando pedissequamente le mossette di 20 anni fa.
Era ridicolo, quasi patetico, e se ci sono due aggettivi che ai quattro Blur proprio non si addicono sono questi.
Flashback: la prima volta che ho visto Albarn, Coxon, James e Rowntree live è stata nel 1997, al Palavobis, per il tour del self titled. Ricordo molto poco di quella serata, era il mio primo concerto. Li ho rivisti due anni dopo, all'Heineken Jammin' Festival di Imola, suonare al tramonto in un autodromo pieno di invasati che aspettavano Marylin Manson. Nel 2003, invece, stavo con una persona che non voleva neanche sentirli nominare. Poraccio.
28 luglio 2013, il mio concerto dei Blur inizia tra "Beetlebum" e "Out of Time". Abbiamo tutti qualche anno di più, e quelle che vogliamo sentirci dire sono cose diverse. Perché "To The End" non la puoi capire nè a 15 nè a 17 anni, ma a 31 sì; e "Trimm Trabb" e Damon con le braccia al cielo a chiederne di più su "Caramel", e la chitarra di Graham Coxon, che è quella che fa la differenza, ché Graham e Damon funzionano come John e Paul, con buona pace dei fratelli Gallagher.
Fa impressione vedere Damon Albarn emozionato, anche se dopo il video del suo pianto su "Tender" a Glastonbury avremmo tutti cantato "Oh my baby/ Oh why?/ Oh My?" per quattro ore, pur di avere anche noi le sue lacrime. Invece, Milano lo rende felice, tanto da provare una capovolta con rincorsa durante "Parklife" e sfracellarsi per terra; o da cantare tutta "Country House" in piedi sulla transenna (sì, lo fa sempre, lo so), ma soprattutto da cambiare la scaletta in corsa – e la cosa più bella che potessi avere davanti agli occhi è stato vederlo parlare sottovoce a Coxon, con quello sguardo e quel sorriso che tutti pensavamo tra i due non ci sarebbero più stati.
Non ho mai pianto durante un concerto. Ieri sera, invece, tanto.
Sono Guia, ho trentun anni, e quello di ieri sarà il mio ultimo concerto dei Blur.
Forse.
[Quella in mezzo è l'unica foto che ho scattato.]
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23 luglio, 2013
Stronger than me
Quando mi hanno dato la notizia, il 23 luglio del 2011, ero a uno skate-park di provincia sul lago in attesa di iniziare il primo (e unico) DJ set di tutta la mia vita. Avevo appena finito di scrivere a una delle mie migliori amiche un'email il cui oggetto era "Sounds as if you're reading from some other tired script" –cosa che, peraltro, della persona a cui era riferito continuo a pensare–.
Di tutte le cose che sono state scritte su Amy Winehouse per la sua morte, la mia preferita è la lettera di Russell Brand, l'unica in grado di far capire in cosa fosse rimasta intrappolata la cantante.
Il passaggio chiave è questo:
"Carl Barat told me that “Winehouse” (which I usually called her and got a kick out of cos it’s kind of funny to call a girl by her surname) was a jazz singer, which struck me as bizarrely anomalous in that crowd. To me with my limited musical knowledge this information placed Amy beyond an invisible boundary of relevance; “Jazz singer? She must be some kind of eccentric” I thought."
Ecco, quello che stava succedendo alla ragazza che cantava 'Tenderly' al piano parlando di Sarah Vaughan con Jools Holland era presentare dei demo così
per poi far uscire dei dischi così
Di tutte le cose che sono state scritte su Amy Winehouse per la sua morte, la mia preferita è la lettera di Russell Brand, l'unica in grado di far capire in cosa fosse rimasta intrappolata la cantante.
Il passaggio chiave è questo:
"Carl Barat told me that “Winehouse” (which I usually called her and got a kick out of cos it’s kind of funny to call a girl by her surname) was a jazz singer, which struck me as bizarrely anomalous in that crowd. To me with my limited musical knowledge this information placed Amy beyond an invisible boundary of relevance; “Jazz singer? She must be some kind of eccentric” I thought."
Ecco, quello che stava succedendo alla ragazza che cantava 'Tenderly' al piano parlando di Sarah Vaughan con Jools Holland era presentare dei demo così
per poi far uscire dei dischi così
"Music is a journey. Jazz is getting lost."
John O'Farrell
06 marzo, 2013
La mia vita in David Bowie
- 1993, pochi giorni prima del mio undicesimo compleanno esce 'Black Tie White Noise'. Mio padre lo compra e nei viaggi in macchina si ascolta solo quello. È orrendo, lo era allora, continua a esserlo adesso. 'Jump They Say' mi fa venire l'orticaria a 20 anni di distanza. Quello è stato il mio primo incontro col Duca Bianco.
- 1996, non ho ancora 14 anni e sono già in piena crisi Brit Pop. Mtv trasmette un documentario intitolato 'Brit Pop Box Set', un'analisi cronologica della storia del pop britannico dalle origini agli anni '90, presentato da un nasuto Crispin da un qualsiasi pub senza traduzione né sottotitoli. Lì mi appaiono per la prima volta 'Space Oddity' e 'Life on Mars' (e anche 'Golden Brown' degli Stranglers). Ai tempi, il reperimento delle fonti non era semplice. Il 'Brit Pop Box Set' viene rigorosamente videoregistrato, e diventa la bibbia, tanto da passare i pomeriggi a trascriverne i testi.
Nello stesso anni, la compilation dei Brit Awards include 'Strangers When We Meet', ma è il cappotto broccato con microtacco a spillo del video di 'Hello Spaceboy' a conquistare il mio cuore – complice mia madre, che adora i Pet Shop Boys. 'Outside' è il mio primo David Bowie consapevole, anche se ricordo con un po' di inquietudine 'The Hearts Filthy Lessons'.
- 1997, sono ormai un essere pensante e quando esce 'Little Wonder' per me è l'inizio di una nuova era. Un po' 'Firestarter' ma meno sporca, un po' 'Your Woman' di White Town (non so perché) ma con una base teorica più forte, ma soprattutto con un video di Floria Sigismondi – ai tempi totale sconosciuta – che agli occhi di una quindicenne fa il suo effetto.
Quando, a fine anno, esce 'I'm Afraid of Americans' con Trent Reznor, il mio cerchio si chiude.
- 1998. Alla mia monomania per il Brit Pop si aggiunge il nuovo amore per i Bluvertigo. Gli insegnamenti di Padre Morgan mi portano a spulciare indietro nel tempo. Nel frattempo, al mondo fa timidamente capolino internet. La collezione di vinili dei miei genitori mi regala 'Diamond Dogs' (oltre a 'Black Celebration' dei Depeche Mode), i concerti dei Bluvertigo cose come 'Young Americans' e 'Always Crashing in the Same Car', Radiofreccia 'Rebel Rebel' – che diventerà l'inno della mia storia d'amore liceale.
- 1999. Sebbene sia uscito l'anno prima, non sono ancora riuscita ad andare a vedere al cinema 'Velvet Goldmine', e riesco a colmare questa mia lacuna solo spendendo una quantità disumana di sterline per une videocassetta con contenuti speciali a Dublino nell'agosto del 1999. Portata alla monomania come sono, 'Velvet Goldmine' diventa il film attorno a cui ruoterà tutto il resto mia adolescenza. Bowie c'entra, eccome.
Nel frattempo esce 'Thursday's Child', sto scrivendo una tesina sul Ritratto di Dorian Gray e quell'uomo davanti allo specchio ne diventa immediatamente il protagonista.
- 2006. Sono in Accademia, e uno dei miei professori sta curando una mostra intitolata "Sound & Vision". Tratta di arte e musica. Cerca degli assistenti, vinciamo il posto io e la mia migliore amica. Nella sezione video Floria Sigismondi la fa da padrone, e 'Little Wonder' , un'altra volta, con lei.
-2008. Mi diplomo a Brera con una tesi su arte e musica in Gran Bretagna. Un amico, artista, mi regala un suo lavoro, un collage con il titolo della tesi sulla copertina di 'Aladdin Sane'.
- 2009. Esce '21 Guns' dei Green Day. Io sostengo sia un plagio di 'All the Young Dudes', ma nicchiano tutti. David Bowie è universalmente archiviato nella casella dei guilty pleasure musicali, le cose che ascolti ma è meglio che non si sappia in giro, che non fa figo, e non capisco perché.
- 2013. 'The Next Day'. Esce il nuovo disco, e improvvisamente tutti ne parlano. Il video di 'Where Are We Now?' lo filma Tony Oursler, io sono tornata da Berlino da un anno e mezzo. Mi sembra una delle domande più pertinenti che siano state fatte negli ultimi tempi – oltre a un canzone bellissima, in un disco incredibile.
- 1996, non ho ancora 14 anni e sono già in piena crisi Brit Pop. Mtv trasmette un documentario intitolato 'Brit Pop Box Set', un'analisi cronologica della storia del pop britannico dalle origini agli anni '90, presentato da un nasuto Crispin da un qualsiasi pub senza traduzione né sottotitoli. Lì mi appaiono per la prima volta 'Space Oddity' e 'Life on Mars' (e anche 'Golden Brown' degli Stranglers). Ai tempi, il reperimento delle fonti non era semplice. Il 'Brit Pop Box Set' viene rigorosamente videoregistrato, e diventa la bibbia, tanto da passare i pomeriggi a trascriverne i testi.
Nello stesso anni, la compilation dei Brit Awards include 'Strangers When We Meet', ma è il cappotto broccato con microtacco a spillo del video di 'Hello Spaceboy' a conquistare il mio cuore – complice mia madre, che adora i Pet Shop Boys. 'Outside' è il mio primo David Bowie consapevole, anche se ricordo con un po' di inquietudine 'The Hearts Filthy Lessons'.
- 1997, sono ormai un essere pensante e quando esce 'Little Wonder' per me è l'inizio di una nuova era. Un po' 'Firestarter' ma meno sporca, un po' 'Your Woman' di White Town (non so perché) ma con una base teorica più forte, ma soprattutto con un video di Floria Sigismondi – ai tempi totale sconosciuta – che agli occhi di una quindicenne fa il suo effetto.
Quando, a fine anno, esce 'I'm Afraid of Americans' con Trent Reznor, il mio cerchio si chiude.
- 1998. Alla mia monomania per il Brit Pop si aggiunge il nuovo amore per i Bluvertigo. Gli insegnamenti di Padre Morgan mi portano a spulciare indietro nel tempo. Nel frattempo, al mondo fa timidamente capolino internet. La collezione di vinili dei miei genitori mi regala 'Diamond Dogs' (oltre a 'Black Celebration' dei Depeche Mode), i concerti dei Bluvertigo cose come 'Young Americans' e 'Always Crashing in the Same Car', Radiofreccia 'Rebel Rebel' – che diventerà l'inno della mia storia d'amore liceale.
- 1999. Sebbene sia uscito l'anno prima, non sono ancora riuscita ad andare a vedere al cinema 'Velvet Goldmine', e riesco a colmare questa mia lacuna solo spendendo una quantità disumana di sterline per une videocassetta con contenuti speciali a Dublino nell'agosto del 1999. Portata alla monomania come sono, 'Velvet Goldmine' diventa il film attorno a cui ruoterà tutto il resto mia adolescenza. Bowie c'entra, eccome.
Nel frattempo esce 'Thursday's Child', sto scrivendo una tesina sul Ritratto di Dorian Gray e quell'uomo davanti allo specchio ne diventa immediatamente il protagonista.
- 2006. Sono in Accademia, e uno dei miei professori sta curando una mostra intitolata "Sound & Vision". Tratta di arte e musica. Cerca degli assistenti, vinciamo il posto io e la mia migliore amica. Nella sezione video Floria Sigismondi la fa da padrone, e 'Little Wonder' , un'altra volta, con lei.
-2008. Mi diplomo a Brera con una tesi su arte e musica in Gran Bretagna. Un amico, artista, mi regala un suo lavoro, un collage con il titolo della tesi sulla copertina di 'Aladdin Sane'.
- 2009. Esce '21 Guns' dei Green Day. Io sostengo sia un plagio di 'All the Young Dudes', ma nicchiano tutti. David Bowie è universalmente archiviato nella casella dei guilty pleasure musicali, le cose che ascolti ma è meglio che non si sappia in giro, che non fa figo, e non capisco perché.
- 2013. 'The Next Day'. Esce il nuovo disco, e improvvisamente tutti ne parlano. Il video di 'Where Are We Now?' lo filma Tony Oursler, io sono tornata da Berlino da un anno e mezzo. Mi sembra una delle domande più pertinenti che siano state fatte negli ultimi tempi – oltre a un canzone bellissima, in un disco incredibile.
12 gennaio, 2013
Fantasmi verde pallido
Sono una da persona da prime volte, come ho già raccontato qui. Riesco a ricordarmi i primi incontri, i primi ascolti, i primi approcci di tutto ciò che ha in qualche modo segnato la mia vita. Credo sia il vantaggio di quel quarto di gamba in più che distingue la doppia X dall'XY.
La prima volta che ho sentito John Grant è stata all'End of the Road del 2011. Non conoscevo 'Queen of Denmark', ai tempi vivevo a Berlino, cercavo di svicolare dall'elettronica imperante ostinandomi sulle camicie di flanella, con gli amici rimasti in Italia che non mi passavano nulla, convinti che la capitale teutonica fosse, anche musicalmente, molto più di quello che si potesse trovare nell'italico stivale.
Per questo quando, a tarda sera, con un gran freddo, mi sono trovata sul fondo del Garden Stage davanti a un omone barbuto, con una voce incredibile e un synth improbabile, che cantava 'Chicken Bones', la prima cosa che ho chiesto è stata semplicemente "Ma è una cosa seria?" – "Serissima, ha registrato il disco con i Midlake come backing band", mi ha rassicurato l'unico amico rimasto lì con me, nonché il più autorevole in materia della compagine.
Quella sera, il set synth e voce dell'ex Czars mi ha lasciata non poco perplessa – perché cantare una cosa come 'Where Dreams Go To Die' o 'Marz' con un synth e non con un pianoforte? – ma, recuperato l'album, la serietà della cosa si è svelata in tutta la sua magnificenza cantautorale, dai rimandi a 'My Funny Valentine' all'amara ironia dei testi che raccontano una vita di non-accettazione.
End of the Road 2012. John Grant è di nuovo sul palco, nella giornata per il quindicesimo anno di attività della Bella Union. Stavolta, ha un pianoforte e, a un certo punto, on stage lo raggiungono proprio i Midlake. Suonano un pezzo nuovo, dall'album che Grant ha appena finito: è lui, La canzone, quella che ti aspetti da sempre e finalmente arriva.
A fine concerto, al meet and greet, quei due rari esempi di comunicatori che sono i miei compagni di festival, in un magistrale momento di totale e ingestibile imbarazzo, l'unica cosa che sono riusciti a dire al cantautore di Denver è stata che sì, quella era la strada giusta, non quella sentita l'anno precedente.
Quella canzone l'ho ritrovata stamattina, terza traccia di 'Pale Green Ghosts', QUEL nuovo album appena finito e non ancora uscito; come sempre, quando si parla di John Grant, l'album che mai ti saresti aspettato. La canzone perfetta è lì, in mezzo a dieci altri brani inspiegabili.
John Grant, che si presenta sul palco con un pianoforte e i Midlake, e poi ti piazza un album fatto solo di synth.
Come non amare una persona che quando riesce a fare una cosa così
poi esce con questo?
La prima volta che ho sentito John Grant è stata all'End of the Road del 2011. Non conoscevo 'Queen of Denmark', ai tempi vivevo a Berlino, cercavo di svicolare dall'elettronica imperante ostinandomi sulle camicie di flanella, con gli amici rimasti in Italia che non mi passavano nulla, convinti che la capitale teutonica fosse, anche musicalmente, molto più di quello che si potesse trovare nell'italico stivale.
Per questo quando, a tarda sera, con un gran freddo, mi sono trovata sul fondo del Garden Stage davanti a un omone barbuto, con una voce incredibile e un synth improbabile, che cantava 'Chicken Bones', la prima cosa che ho chiesto è stata semplicemente "Ma è una cosa seria?" – "Serissima, ha registrato il disco con i Midlake come backing band", mi ha rassicurato l'unico amico rimasto lì con me, nonché il più autorevole in materia della compagine.
Quella sera, il set synth e voce dell'ex Czars mi ha lasciata non poco perplessa – perché cantare una cosa come 'Where Dreams Go To Die' o 'Marz' con un synth e non con un pianoforte? – ma, recuperato l'album, la serietà della cosa si è svelata in tutta la sua magnificenza cantautorale, dai rimandi a 'My Funny Valentine' all'amara ironia dei testi che raccontano una vita di non-accettazione.
End of the Road 2012. John Grant è di nuovo sul palco, nella giornata per il quindicesimo anno di attività della Bella Union. Stavolta, ha un pianoforte e, a un certo punto, on stage lo raggiungono proprio i Midlake. Suonano un pezzo nuovo, dall'album che Grant ha appena finito: è lui, La canzone, quella che ti aspetti da sempre e finalmente arriva.
A fine concerto, al meet and greet, quei due rari esempi di comunicatori che sono i miei compagni di festival, in un magistrale momento di totale e ingestibile imbarazzo, l'unica cosa che sono riusciti a dire al cantautore di Denver è stata che sì, quella era la strada giusta, non quella sentita l'anno precedente.
Quella canzone l'ho ritrovata stamattina, terza traccia di 'Pale Green Ghosts', QUEL nuovo album appena finito e non ancora uscito; come sempre, quando si parla di John Grant, l'album che mai ti saresti aspettato. La canzone perfetta è lì, in mezzo a dieci altri brani inspiegabili.
John Grant, che si presenta sul palco con un pianoforte e i Midlake, e poi ti piazza un album fatto solo di synth.
Come non amare una persona che quando riesce a fare una cosa così
poi esce con questo?
01 gennaio, 2013
Segnaletica #5 - Happy 2013: 'Inventing David Geffen'
[Catching up. È un po' che non scrivo, ci sono tante cose rimaste indietro, tante invece sono cambiate. Buon Anno.]
Primo giorno del 2013. Hangover e stordimento. C'è bisogno di qualcosa che riempia un pomeriggio che non è tale.
Per chi, come me, è cresciuto negli anni '90, il nome "Geffen" è legato a doppio filo a una cosa in particolare: 1991, Nirvana, 'Nevermind', ciò che da quasi tutti è considerata la svendita degli idoli di Seattle al mainstream – pochi coloro che riescono a cogliere la rottura epocale nel vedere cheerleader in calze a rete strappate e sentire "Caricati di armi e porta gli amici" su MTV.
Quello che forse molti non conoscono è il modo massiccio in cui, effettivamente, David Geffen ha plasmato il mondo della musica prima, e del cinema dopo, per più di quarant'anni.
Una vita e una carriera incredibili, raccontate in questo documentario realizzato dalla PBS e uscito lo scorso novembre negli Stati Uniti. Un'ora e 54 minuti di incredulità – e di tanta, sana invidia – ideali per una giornata come oggi.
Che sia d'ispirazione per tutti.
Buon 2013.
[Hat tip a Matteo Bordone]
Primo giorno del 2013. Hangover e stordimento. C'è bisogno di qualcosa che riempia un pomeriggio che non è tale.
Per chi, come me, è cresciuto negli anni '90, il nome "Geffen" è legato a doppio filo a una cosa in particolare: 1991, Nirvana, 'Nevermind', ciò che da quasi tutti è considerata la svendita degli idoli di Seattle al mainstream – pochi coloro che riescono a cogliere la rottura epocale nel vedere cheerleader in calze a rete strappate e sentire "Caricati di armi e porta gli amici" su MTV.
Quello che forse molti non conoscono è il modo massiccio in cui, effettivamente, David Geffen ha plasmato il mondo della musica prima, e del cinema dopo, per più di quarant'anni.
Una vita e una carriera incredibili, raccontate in questo documentario realizzato dalla PBS e uscito lo scorso novembre negli Stati Uniti. Un'ora e 54 minuti di incredulità – e di tanta, sana invidia – ideali per una giornata come oggi.
Che sia d'ispirazione per tutti.
Buon 2013.
Watch Inventing David Geffen on PBS. See more from American Masters.
[Hat tip a Matteo Bordone]
06 novembre, 2012
Ma si' nato in Italy!
[Ebbene sì, ho una nuova cosa da segnarmi, dopo mesi...]
Chi mi conosce sa che ci sono dei punti fermi di avversione, nella mia vita. I più famosi sono il colore azzurro, gli Impressionisti, e il cantato femminile. Mentre ai primi due non c'è possibile rimedio, per le voci femminili qualche sparuta eccezione c'è (Carole King, per esempio, e... mmhh... ok, Carole King).
Un'altra cosa che, senza reale motivo apparente, non riesce a catturare la mia attenzione è la musica italiana.
Bene, siamo tutti a conoscenza del fatto che i Maya stiano subdolamente disseminando indizi riguardo l'imminente fine del mondo, e io non posso essere in nessun modo sottrarmi al loro piano distruttivo.
HO SCOPERTO I DUMBO GETS MAD.
A meno di non conoscerne a priori la biografia, è impossibile immaginare che tutto ciò sia frutto di un duo di Reggio Emilia di base da qualche tempo a Los Angeles: Lucas Dumbini, che scrive, e Carlotta Menozzi che ci mette le corde vocali.
Una psichedelia che fonda le sue radici negli anni '60, in bilico tra le atmosfere sci-fi e la rivoluzione hippie, e che ricorda quegli esperimenti di Mad Music Inc. figli del decennio successivo.
Il loro primo disco, Elephants at the Door, del 2011 è in download gratuito, basta "pagare" con un tweet o una condivisione su Facebook.
Il secondo, che conterrà "Radical Leap", è previsto per gennaio 2013.
Chi mi conosce sa che ci sono dei punti fermi di avversione, nella mia vita. I più famosi sono il colore azzurro, gli Impressionisti, e il cantato femminile. Mentre ai primi due non c'è possibile rimedio, per le voci femminili qualche sparuta eccezione c'è (Carole King, per esempio, e... mmhh... ok, Carole King).
Un'altra cosa che, senza reale motivo apparente, non riesce a catturare la mia attenzione è la musica italiana.
Bene, siamo tutti a conoscenza del fatto che i Maya stiano subdolamente disseminando indizi riguardo l'imminente fine del mondo, e io non posso essere in nessun modo sottrarmi al loro piano distruttivo.
HO SCOPERTO I DUMBO GETS MAD.
A meno di non conoscerne a priori la biografia, è impossibile immaginare che tutto ciò sia frutto di un duo di Reggio Emilia di base da qualche tempo a Los Angeles: Lucas Dumbini, che scrive, e Carlotta Menozzi che ci mette le corde vocali.
Una psichedelia che fonda le sue radici negli anni '60, in bilico tra le atmosfere sci-fi e la rivoluzione hippie, e che ricorda quegli esperimenti di Mad Music Inc. figli del decennio successivo.
Il loro primo disco, Elephants at the Door, del 2011 è in download gratuito, basta "pagare" con un tweet o una condivisione su Facebook.
Il secondo, che conterrà "Radical Leap", è previsto per gennaio 2013.
08 agosto, 2012
Robba bbella, robba bbuona #2 - Barbosi e barbuti edition
Dopo aver finito il post di ieri sera mi sono resa conto di aver escluso una buona fetta di ascolti – sebbene più conosciuti e prevedibili – dalla playlist-strenna, solo per questioni di genere.
È doveroso il mio rimediare, con questa edizione speciale di barbuti e barbosi.
Poor Moon
Grizzly Bear
Field Report
King Dude
So long, my friends.
È doveroso il mio rimediare, con questa edizione speciale di barbuti e barbosi.
Poor Moon
Grizzly Bear
Field Report
King Dude
So long, my friends.
07 agosto, 2012
Robba bbella, robba bbuona - Un disco per l'estate edition
Agosto è un po' come Natale, ovvero un florilegio di pezzi nuovi in streaming e/o download ovunque, per evitare la damnatio memoriae del bagnasciuga.
Anche io vi saluto, con la mia seleçao appena sfornata, che risuonerà prepotente sulle colline pisane, rigorosamente psichedelica, con qualche punta però di garage, come si confà alle serate toscane.
Moon Duo
Woods
Wavves
Allah-Las
Six Organs of Admittance
BONUS TRACK:
Gli Allah-Las sono un gruppi di simpatici rimastoni californiani, che usciranno con il disco d'esordio a metà settembre.
Spencer, il loro frontman, ci regala per l'estate un lungo mix strumentale. Sognando La California, quella in provincia di Livorno.
Anche io vi saluto, con la mia seleçao appena sfornata, che risuonerà prepotente sulle colline pisane, rigorosamente psichedelica, con qualche punta però di garage, come si confà alle serate toscane.
Moon Duo
Woods
Wavves
Allah-Las
Six Organs of Admittance
BONUS TRACK:
Gli Allah-Las sono un gruppi di simpatici rimastoni californiani, che usciranno con il disco d'esordio a metà settembre.
Spencer, il loro frontman, ci regala per l'estate un lungo mix strumentale. Sognando La California, quella in provincia di Livorno.
22 luglio, 2012
Blindsided
Ci sono innamoramenti musicali di cui ricordo ogni singolo attimo, compresa la prima volta che alle mie orecchie è giunta la canzone che li ha fatti nascere, o la pagina che mi ha spinto all'ascolto.
Mi ricordo la prima volta che ho visto Damon Albarn sulle pagine di Tutto Musica e Spettacolo, e il mio andare a comprare The Great Escape il giorno dopo.
Mi ricordo la prima volta che "Lost Coastlines" è passata su MTV Brand:New, e lo sguardo di Will Sheff dalla televisione di cartone che portava sulle spalle (e anche un po' gli occhi azzurri di Jonathan Meiburg).
Mi ricordo la curiosità incredibile di sentire Grace, dopo che Isabella Santacroce aveva riempito di Jeff Buckley ogni pagina di Destroy.
Come sia nata la mia passione per Bon Iver, invece, non lo so proprio. Ho cercato negli ultimi giorni di rivivere nella mia mente il momento del primo ascolto di For Emma, Forever Ago, quattro lunghi anni fa, ma in nessun modo sono riuscita a ricostruire quell'occasione, né ciò che mi abbia portato ad essa.
Ci ho pensato a lungo, dopo il concerto di giovedì al Motovelodromo di Ferrara.
Ho un rapporto travagliato con Justin Vernon (e la sua creatura musicale), tanto che l'unico termine per descriverlo che riesco a trovare è il poco signorile PARACULO.
Paraculo, perché For Emma, Forever Ago è un disco talmente bello che inventarsi tutta la storiella della capanna nel Wisconsin per creare hype era totalmente inutile.
Paraculo, perché smentire la storiella della capanna nel Wisconsin per creare hype intorno a Bon Iver, Bon Iver (che invece di bisogno ne aveva, eccome) è stata la mossa tipica del "fossifigo".
Paraculo, nelle sue scarpette da ginnastica e i video di work-out, ma sempre con il doppio mento contrito e le basette da Camillo Benso.
Paraculo ma con coerenza, Justin Vernon, tanto che potrei usare ogni parola della recensione che scrissi per Bon Iver, Bon Iver per il concerto ferrarese.
Piacione, nell'incoraggiare il pubblico al sing-along, nel dedicare uno dei pezzi più emozionali del set a un'amica lontana da tempo, e nel chiudere con una versione di "For Emma" degna di un gioco aperitivo sulla spiaggia di Varadero – mosse da sorriso compiaciuto che comunque non sono bastate a togliere dal set la patina di asetticità e distanza dei 9 elementi sul palco, perfetta incarnazione dell'indie da Grammy abituato ormai ai grandi pubblici.
Lo aspetto al varco, il caro Vernon, il prossimo 30 Ottobre qui a Milano, tra le quattro mura di un club, quando ormai sarà troppo fresco per una canottiera sdrucita. Per sentire la grande assente della serata, "Flume", come tutti sogniamo da sempre, quando ormai non sarà più la prima volta, per nessuno.
BONUS TRACK:
No, niente da ascoltare o guardare, ma qualcosa da leggere:
Un colpo di genio anonimo, che il nostro ha in questo modo commentato
Mi ricordo la prima volta che ho visto Damon Albarn sulle pagine di Tutto Musica e Spettacolo, e il mio andare a comprare The Great Escape il giorno dopo.
Mi ricordo la prima volta che "Lost Coastlines" è passata su MTV Brand:New, e lo sguardo di Will Sheff dalla televisione di cartone che portava sulle spalle (e anche un po' gli occhi azzurri di Jonathan Meiburg).
Mi ricordo la curiosità incredibile di sentire Grace, dopo che Isabella Santacroce aveva riempito di Jeff Buckley ogni pagina di Destroy.
Come sia nata la mia passione per Bon Iver, invece, non lo so proprio. Ho cercato negli ultimi giorni di rivivere nella mia mente il momento del primo ascolto di For Emma, Forever Ago, quattro lunghi anni fa, ma in nessun modo sono riuscita a ricostruire quell'occasione, né ciò che mi abbia portato ad essa.
Ci ho pensato a lungo, dopo il concerto di giovedì al Motovelodromo di Ferrara.
Ho un rapporto travagliato con Justin Vernon (e la sua creatura musicale), tanto che l'unico termine per descriverlo che riesco a trovare è il poco signorile PARACULO.
Paraculo, perché For Emma, Forever Ago è un disco talmente bello che inventarsi tutta la storiella della capanna nel Wisconsin per creare hype era totalmente inutile.
Paraculo, perché smentire la storiella della capanna nel Wisconsin per creare hype intorno a Bon Iver, Bon Iver (che invece di bisogno ne aveva, eccome) è stata la mossa tipica del "fossifigo".
Paraculo, nelle sue scarpette da ginnastica e i video di work-out, ma sempre con il doppio mento contrito e le basette da Camillo Benso.
Paraculo ma con coerenza, Justin Vernon, tanto che potrei usare ogni parola della recensione che scrissi per Bon Iver, Bon Iver per il concerto ferrarese.
Piacione, nell'incoraggiare il pubblico al sing-along, nel dedicare uno dei pezzi più emozionali del set a un'amica lontana da tempo, e nel chiudere con una versione di "For Emma" degna di un gioco aperitivo sulla spiaggia di Varadero – mosse da sorriso compiaciuto che comunque non sono bastate a togliere dal set la patina di asetticità e distanza dei 9 elementi sul palco, perfetta incarnazione dell'indie da Grammy abituato ormai ai grandi pubblici.
Lo aspetto al varco, il caro Vernon, il prossimo 30 Ottobre qui a Milano, tra le quattro mura di un club, quando ormai sarà troppo fresco per una canottiera sdrucita. Per sentire la grande assente della serata, "Flume", come tutti sogniamo da sempre, quando ormai non sarà più la prima volta, per nessuno.
BONUS TRACK:
No, niente da ascoltare o guardare, ma qualcosa da leggere:
Un colpo di genio anonimo, che il nostro ha in questo modo commentato
man, this is so stoopid and chiefly embarrassing, but dammit they are funny.“@stgetty: bon iver erotica boniverotica.tumblr.com/#0 @blobtower”
— jdv (@blobtower) July 18, 2012
Etichette:
Bon Iver,
concertgoers,
Ferrara sotto le stelle,
For Emma Forever Ago,
Motovelodromo,
My Past Life as a Blast
Ubicazione:
Motovelodromo, Ferrara FE, Italia
20 giugno, 2012
Heroes and Villains
Cose belle che succedono, e stavolta in coppia.
La prima, è che oggi il genio di Brian Wilson festeggia Settant'anni su questo pianeta.
La seconda è che lunedì sono uscite le riedizioni della discografia di Van Dyke Parks (che, peraltro, ieri sera ha suonato a Milano, senza avermi tra il pubblico, con mio sommo dispiacere; ma che aspetto impaziente di sentire all'End of the Road).
Insieme, questi due signori hanno dato vita a uno dei pezzi migliori della storia della musica.
Ve lo offro in due versioni:
quella "ufficiale", dei Beach Boys, presente in SMiLE
E quella "unplugged", offerta da uno degli artisti più incompresi e sottovalutati di sempre.
La prima, è che oggi il genio di Brian Wilson festeggia Settant'anni su questo pianeta.
La seconda è che lunedì sono uscite le riedizioni della discografia di Van Dyke Parks (che, peraltro, ieri sera ha suonato a Milano, senza avermi tra il pubblico, con mio sommo dispiacere; ma che aspetto impaziente di sentire all'End of the Road).
Insieme, questi due signori hanno dato vita a uno dei pezzi migliori della storia della musica.
Ve lo offro in due versioni:
quella "ufficiale", dei Beach Boys, presente in SMiLE
E quella "unplugged", offerta da uno degli artisti più incompresi e sottovalutati di sempre.
19 giugno, 2012
Pianoforte a quattromani*
Non sono musicalmente una grandissima fan dei Sigur Rós, lo ammetto, ma lo sono dei loro video, fin dalle prime collaborazioni con Floria Sigismondi.
In occasione della pubblicazione del nuovo disco, Valtari, la band islandese ha portato la propria attenzione per la parte visiva a un livello ulteriore, affidando ciascuna delle 12 canzoni presenti nell'album a un artista (tra cui anche Ragnar Kjartansson) o un videomaker.
Proprio ieri ha visto la luce le terza creatura di questo esperimento, diretta da Alma Har'el. Un'incredibile composizione di lirismo e psichedelia, danza contemporanea e violenza, sospensione, sensualità, apnea.
(Sì, c'è anche Shia LaBoeuf nudo, ma credo proprio che quella sia la cosa meno rilevante).
* che poi altro non è che la traduzione del titolo del brano.
In occasione della pubblicazione del nuovo disco, Valtari, la band islandese ha portato la propria attenzione per la parte visiva a un livello ulteriore, affidando ciascuna delle 12 canzoni presenti nell'album a un artista (tra cui anche Ragnar Kjartansson) o un videomaker.
Proprio ieri ha visto la luce le terza creatura di questo esperimento, diretta da Alma Har'el. Un'incredibile composizione di lirismo e psichedelia, danza contemporanea e violenza, sospensione, sensualità, apnea.
(Sì, c'è anche Shia LaBoeuf nudo, ma credo proprio che quella sia la cosa meno rilevante).
* che poi altro non è che la traduzione del titolo del brano.
18 giugno, 2012
Festivalgoers #1: No Direction Home 2012
[A questo punto, parte la nuova rubrica: Festivalgoers, perché noi vediamo gente e facciamo cose. Insomma, ciò che (forse) non leggerete mai nei report che scriviamo per testate (quasi) serie per cui collaboriamo, il tutto corredato di fotografie].
Giugno 2012, primo festival dell'anno. Prima edizione del No Direction Home, costola adamitica dell'ormai stranoto End of The Road. Location scelta: Welbeck Abbey, nel cuore della Foresta di Sherwood (sì esatto, Robin Hood, Little John e tutte quelle cose), posto tanto bello quanto irraggiungibile per chi viene da fuori UK – una cosa come aereo Malpensa-Luton, treno Luton-Leicester Leicester-Sheffield Sheffield-Retford, navetta Stazione di Retford-Festival site, andata e ritorno. Ma noi, ormai, siamo dei Pro del viaggio della speranza.
Una cosa, invece, su cui abbiamo tutto da imparare è la quantità media di precipitazioni a inizio giugno nelle Midlands, e i suoi devastanti effetti sull'ambiente: tre giorni di fango, con andamento parabolico grazie alla pioggia del sabato mattina e al sole della domenica. Inutile raccontare la fatale scottatura da meriggiare pallidi e assorti dell'ultimo giorno, no?
Giugno 2012, primo festival dell'anno. Prima edizione del No Direction Home, costola adamitica dell'ormai stranoto End of The Road. Location scelta: Welbeck Abbey, nel cuore della Foresta di Sherwood (sì esatto, Robin Hood, Little John e tutte quelle cose), posto tanto bello quanto irraggiungibile per chi viene da fuori UK – una cosa come aereo Malpensa-Luton, treno Luton-Leicester Leicester-Sheffield Sheffield-Retford, navetta Stazione di Retford-Festival site, andata e ritorno. Ma noi, ormai, siamo dei Pro del viaggio della speranza.
Una cosa, invece, su cui abbiamo tutto da imparare è la quantità media di precipitazioni a inizio giugno nelle Midlands, e i suoi devastanti effetti sull'ambiente: tre giorni di fango, con andamento parabolico grazie alla pioggia del sabato mattina e al sole della domenica. Inutile raccontare la fatale scottatura da meriggiare pallidi e assorti dell'ultimo giorno, no?
Viaggio, montaggio, campeggio e vagabondaggio ci fanno varcare la soglia dell'area concerti-ristoro-sollazzo alle 19 di Venerdì sera. La prima impressione, parafrasando il direttore di Ovettokinder.it, è quella di un festival nato "già sbaraccato", decisamente understated rispetto al suo fratello maggiore. Ma è la prima sera della prima edizione, diamogli tempo.
[Disclaimer: Me lo segno goes gonzo]
Non ho nessuna voglia di fare una telecronaca in differita di ciò che è stato il festival – ne sono già piene tutte le webzine musicali esistenti –, e neanche una lista senza senso di inside jokes che non capirebbe nessuno. Odio le classifiche. La musica non si misura in voti o posizioni, ma in pelle d'oca.
Sono partita per il No Direction Home reduce da un periodo che non saprei neanche come definire. La mia più grande aspettativa, per questi tre giorni, era di trovare qualcosa che cancellasse totalmente dalla mia testa tutto quello che vi era forzatamente entrato nei primi 6 mesi di questo 2012 e che stava consumando anche gli ultimi, flebili strascichi dell'onda lunga della positività berlinese. Ci era riuscito in pieno, l'anno scorso, l'End of The Road – ok, era vincere facile, tornata da meno due mesi e con ancora in mano lo scettro di Master of the Universe –, ci è riuscita molto meno questa prima esperienza nella foresta di Sherwood.
È per questo mio attuale non saper dove collocarmi che ho portato come un trofeo per 3 giorni consecutivi un paio di scarpe che non avrei mai pensato di aver il coraggio non solo di indossare, ma neanche lontanamente provare (e che guardo bramosa da quando sono tornata, maledicendo il poco adatto sole estivo) – insomma, c'è chi scappa a Laurel Canyon a imbottirsi di funghi allucinogeni (ma di lui parleremo dopo), io alla fine ho solo comprato un paio di stivaletti leopardati.
Ma si sa, il tempo cura le ferite, e anche la distanza trascorsa dal ritorno in patria aiuta a vedere le cose con un po' più di distacco.
Comunque.
Miei eroi personale di questo primo No Direction Home, senza dubbio, i Moon Duo, accolti all 22.30 del sabato sera. Volevo qualcosa che mi facesse perdere? Eccomi accontentata. Psichedelia per impallinati. Un'ora in trance, senza tirare fiato. Luci completamente spente, in due sul palco, illuminati in controluce dalle lampade di proiettori che sparavano sul soffitto dell'Electric Dustbowl patterns grafici ipnotici spezzati solo dalle loro silhouette. Senza contare che erano già uno dei miei unici due nomi evidenziati come imperdibili in tutto il programma.
Risultato del set? Uno che mi domanda "Ma coma fai ad ascoltare questa roba senza drogarti?", e una noia mortale al concerto successivo, tale da abbandonare il campo prima della fine. Era Andrew Bird.
Secondo imperdibile, il mio amore del momento, atteso fino alle 17.30 della domenica: Father John Misty. Voce, chitarra, e presenza scenica. A voler essere obiettivi fino alla pedanteria, il suo non è stato un set per cui stracciarsi le vesti. O almeno, non strettamente per la musica. Ma Josh Tillman ne sa, e ce lo dimostra anche quando c'è da firmare dediche e autografi.
Bella sorpresa Cold Specks. Pur non avendolo esattamente consumato, I Predict a Graceful Expulsion aveva lasciato una certa curiosità di sentirlo reso live. La collocazione decisamente (e immeritatamente) anti-meridiana e il sole ci fanno godere il set sdraiati sull'erba. Al Spx, inoltre, ci offre la certezza che conditio sine qua non per firmare con la Mute sia saper fare del grande entertainment, oltre che buona musica, quindi, dopo averci offerto la sua versione della sigla originale di "Willy il Principe di Bel Air", non perde l'occasione di omaggiare il maestro Josh T Pearson, declamando "What's the definition of trust? A cannibal giving another cannibal a blow job".
Stessa rilassatezza al sole, e stessa sorpresa positiva, anche per Euros Childs, che, probabilmente condividendo con me e Tillman il trauma da proprio nome di battesimo, trascorre ogni intervallo tra un pezzo e l'altro a ricordare che non è una band, ma si chiama proprio così. Un grande.
Grandissimo anche Richard Hawley, portato on stage su una sedia a rotelle da suo figlio, dopo essersi rotto la gamba sinistra al Primavera – "The last thing the wife said to me before I went to Barcelona was 'Break a leg'... she who must be obeyed!". Set di grandi riflessioni filosofiche, per la sottoscritta, il suo. Oltre a fornirmi la dimostrazione evidente dell'avanzare della mia età (che mi fa lungamente preferire lui al nonsense da college di Mikal Cronin), oltre a regalarmi il ritratto in carne ed ossa di Alex Turner tra 20 anni, oltre a offrirmi la possibilità di sentirmi veramente una privilegiata che segue il concerto comodamente seduta nel pit tra la transenna e il palco (sì, l'età, e il pass stampa), Hawley mi costringe arrendermi all'idea che la sua collocazione musicale in UK è esattamente quella di Vasco Rossi in Italia, e lo fa suonando "Open Up Your Door" al tramonto, e con "The Streets Are Ours Tonight" come encore, mentre ormai, allontanata dal palco, guardo le lampadine tra gli alberi mosse dal vento, davanti al lago. Tempo di togliersi gli stivaletti leopardati. Non piove più, e, per me, il No Direction Home 2012 finisce qui.
BONUS TRACK:
Ero ragazzina, amavo alla follia Jeff Buckley, e avevo un ragazzo che adorava Inger Lorre. Lei per me rimane uno degli incubi peggiori di quel periodo. Perché, allora, evitare di farmi abbruttire, quando a ogni cambio palco si può mandare a tutto volume questa fantastica cover?
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Ubicazione:
Worksop, Nottinghamshire S80 3AJ, Regno Unito
10 giugno, 2012
Live from No Direction Home
Ultimo giorno al No Direction Home, mattinata di ricarica telefoni, piccolo spoiler di cosa e' stato e cosa sara'.
Come vedono loro il festival:
Come vedono loro il festival:
Come lo vediamo noi:
30 maggio, 2012
Segnaletica #4: Heroin in Tahiti
La mia sbandata psichedelica ha trovato soddisfazione anche nella trasferta romana dell'ultima settimana. Loro hanno suonato sotto il nostro fantastico padiglione a Roma Contemporary, sono originari dell'Urbe, e non sfigurerebbero minimamente all'Austin Psych Fest.
13 maggio, 2012
Inspiral carpet #3: Bildungsroman
Sono cresciuta con il mito di Almost Famous - per una diciassettenne che del giornalismo musicale vorrebbe fare la propria vita, un film con protagonista un ragazzino assoldato da Rolling Stone per seguire una band in tour diventa una specie di feticcio pornografico.
Scrivere di musica è una vera e propria passione, una di quelle cose troppo grandi per essere fatte a cuor leggero.
Qui, purtroppo, ciò che nel sistema anglosassone - anzi, più strettamente, Statunitense - passa sotto il nome di "Rock'n'Roll Literature" non esiste; là, invece, è considerato un vero e proprio genere letterario. Comunque lo si voglia chiamare, si tratta di qualcosa che va oltre il giornalismo o la critica, oltre l'asetticità della saggistica, oltre le riviste specializzate. È scrivere non-fiction mettendo se stessi a disposizione di una cosa creata da qualcun altro, in modo assai più viscerale di quanto non possa accadere con le arti visive, almeno per quanto mi riguarda.
Nel mio empireo personale del genere, Lester Bangs e Greil Marcus occupano senza dubbio il posto più vicino a Dio. Personalità e approcci opposti (tanto rock'n'roll il primo, quanto intellettuale il secondo), che quando si incontrano riescono a dare forma ai sogni di ogni Rock Writer.
Magra consolazione dell'essere al mondo quarant'anni dopo l'epoca desiderata è, se non altro, una palese facilità nel reperire i testi.
Stranded, curato da Greil Marcus nel 1978, in Italia, ahimè, non è mai uscito, ma prolifica su Amazon.com. È proprio al suo interno che comparve per la prima volta uno dei pezzi fondamentali della Rock'n'Roll Literature, quel lungo omaggio che Lester Bangs dedica a Astral Weeks di Van Morrison diventato ormai storia.
Marcus inserirà lo scritto anche in Psychotic Reactions and Carburetor Dung, prima antologia degli scritti Bangsiani, ormai fuori catalogo nell'edizione originale (inutile cercarlo sul già citato sito, l'ultima copia disponibile era quella che vedete nella foto!), ma vivo e vegeto nella versione italiana uscita per Minimum Fax, Guida ragionevole al frastuono più atroce - ah, se solo non avesse quella prefazione di Wu Ming 1...
07 maggio, 2012
Segnaletica #3: Norwegian Black Wood
Uno dei miei gruppi preferiti del momento, per rilassarsi durante Coachella, interpreta una delle mie canzoni preferite di sempre.
The Black Angels "Norwegian Wood" - Beatles cover
The Black Angels "Norwegian Wood" - Beatles cover
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