Visualizzazione post con etichetta Father John Misty. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Father John Misty. Mostra tutti i post

18 giugno, 2012

Festivalgoers #1: No Direction Home 2012

[A questo punto, parte la nuova rubrica: Festivalgoers, perché noi vediamo gente e facciamo cose. Insomma, ciò che (forse) non leggerete mai nei report che scriviamo per testate (quasi) serie per cui collaboriamo, il tutto corredato di fotografie].

Giugno 2012, primo festival dell'anno. Prima edizione del No Direction Home, costola adamitica dell'ormai stranoto End of The Road. Location scelta: Welbeck Abbey, nel cuore della Foresta di Sherwood (sì esatto, Robin Hood, Little John e tutte quelle cose), posto tanto bello quanto irraggiungibile per chi viene da fuori UK – una cosa come aereo Malpensa-Luton, treno Luton-Leicester Leicester-Sheffield Sheffield-Retford, navetta Stazione di Retford-Festival site, andata e ritorno. Ma noi, ormai, siamo dei Pro del viaggio della speranza.

Una cosa, invece, su cui abbiamo tutto da imparare è la quantità media di precipitazioni a inizio giugno nelle Midlands, e i suoi devastanti effetti sull'ambiente: tre giorni di fango, con andamento parabolico grazie alla pioggia del sabato mattina e al sole della domenica. Inutile raccontare la fatale scottatura da meriggiare pallidi e assorti dell'ultimo giorno, no?


Viaggio, montaggio, campeggio e vagabondaggio ci fanno varcare la soglia dell'area concerti-ristoro-sollazzo alle 19 di Venerdì sera. La prima impressione, parafrasando il direttore di Ovettokinder.it, è quella di un festival nato "già sbaraccato", decisamente understated rispetto al suo fratello maggiore. Ma è la prima sera della prima edizione, diamogli tempo.



[Disclaimer: Me lo segno goes gonzo]

Non ho nessuna voglia di fare una telecronaca in differita di ciò che è stato il festival – ne sono già piene tutte le webzine musicali esistenti –, e neanche una lista senza senso di inside jokes che non capirebbe nessuno. Odio le classifiche. La musica non si misura in voti o posizioni, ma in pelle d'oca. 

Sono partita per il No Direction Home reduce da un periodo che non saprei neanche come definire. La mia più grande aspettativa, per questi tre giorni, era di trovare qualcosa che cancellasse totalmente dalla mia testa tutto quello che vi era forzatamente entrato nei primi 6 mesi di questo 2012 e che stava consumando anche gli ultimi, flebili strascichi dell'onda lunga della positività berlinese. Ci era riuscito in pieno, l'anno scorso, l'End of The Road – ok, era vincere facile, tornata da meno due mesi e con ancora in mano lo scettro di Master of the Universe –, ci è riuscita molto meno questa prima esperienza nella foresta di Sherwood.

È per questo mio attuale non saper dove collocarmi che ho portato come un trofeo per 3 giorni consecutivi un paio di scarpe che non avrei mai pensato di aver il coraggio non solo di indossare, ma neanche lontanamente provare (e che guardo bramosa da quando sono tornata, maledicendo il poco adatto sole estivo) – insomma, c'è chi scappa a Laurel Canyon a imbottirsi di funghi allucinogeni (ma di lui parleremo dopo), io alla fine ho solo comprato un paio di stivaletti leopardati.


Ma si sa, il tempo cura le ferite, e anche la distanza trascorsa dal ritorno in patria aiuta a vedere le cose con un po' più di distacco.
Comunque.

Miei eroi personale di questo primo No Direction Home, senza dubbio, i Moon Duo, accolti all 22.30 del sabato sera. Volevo qualcosa che mi facesse perdere? Eccomi accontentata. Psichedelia per impallinati. Un'ora in trance, senza tirare fiato. Luci completamente spente, in due sul palco, illuminati in controluce dalle lampade di proiettori che sparavano sul soffitto dell'Electric Dustbowl patterns grafici ipnotici spezzati solo dalle loro silhouette. Senza contare che erano già uno dei miei unici due nomi evidenziati come imperdibili in tutto il programma.
Risultato del set? Uno che mi domanda "Ma coma fai ad ascoltare questa roba senza drogarti?", e una noia mortale al concerto successivo, tale da abbandonare il campo prima della fine. Era Andrew Bird.

Secondo imperdibile, il mio amore del momento, atteso fino alle 17.30 della domenica: Father John Misty. Voce, chitarra, e presenza scenica. A voler essere obiettivi fino alla pedanteria, il suo non è stato un set per cui stracciarsi le vesti. O almeno, non strettamente per la musica. Ma Josh Tillman ne sa, e ce lo dimostra anche quando c'è da firmare dediche e autografi.


Bella sorpresa Cold Specks. Pur non avendolo esattamente consumato, I Predict a Graceful Expulsion aveva lasciato una certa curiosità di sentirlo reso live. La collocazione decisamente (e immeritatamente) anti-meridiana e il sole ci fanno godere il set sdraiati sull'erba. Al Spx, inoltre, ci offre la certezza che conditio sine qua non per firmare con la Mute sia saper fare del grande entertainment, oltre che buona musica, quindi, dopo averci offerto la sua versione della sigla originale di "Willy il Principe di Bel Air", non perde l'occasione di omaggiare il maestro Josh T Pearson, declamando "What's the definition of trust? A cannibal giving another cannibal a blow job".

Stessa rilassatezza al sole, e stessa sorpresa positiva, anche per Euros Childs, che, probabilmente condividendo con me e Tillman il trauma da proprio nome di battesimo, trascorre ogni intervallo tra un pezzo e l'altro a ricordare che non è una band, ma si chiama proprio così. Un grande.

Grandissimo anche Richard Hawley, portato on stage su una sedia a rotelle da suo figlio, dopo essersi rotto la gamba sinistra al Primavera – "The last thing the wife said to me before I went to Barcelona was 'Break a leg'... she who must be obeyed!". Set di grandi riflessioni filosofiche, per la sottoscritta, il suo. Oltre a fornirmi la dimostrazione evidente dell'avanzare della mia età (che mi fa lungamente preferire lui al nonsense da college di Mikal Cronin), oltre a regalarmi il ritratto in carne ed ossa di Alex Turner tra 20 anni, oltre a offrirmi la possibilità di sentirmi veramente una privilegiata che segue il concerto comodamente seduta nel pit tra la transenna e il palco (sì, l'età, e il pass stampa), Hawley mi costringe arrendermi all'idea che la sua collocazione musicale in UK è esattamente quella di Vasco Rossi in Italia,  e lo fa suonando "Open Up Your Door" al tramonto, e con "The Streets Are Ours Tonight" come encore, mentre ormai, allontanata dal palco, guardo le lampadine tra gli alberi mosse dal vento, davanti al lago. Tempo di togliersi gli stivaletti leopardati. Non piove più, e, per me, il No Direction Home 2012 finisce qui.

BONUS TRACK:
Ero ragazzina, amavo alla follia Jeff Buckley, e avevo un ragazzo che adorava Inger Lorre. Lei per me rimane uno degli incubi peggiori di quel periodo. Perché, allora, evitare di farmi abbruttire, quando a ogni cambio palco si può mandare a tutto volume questa fantastica cover?

03 maggio, 2012

Back to the Future

[Disclaimer: nonostante ci siano tutti i presupposti per pensare il contrario, questo blog non riceve fondi né sponsorizzazioni dalla Bella Union - ciò, comunque, non vuol significare che la scrivente rifiuterebbe pacchi dono dalla menzionata etichetta, che, a conti fatti, non sbaglia un'uscita.]

Uno dei miei dischi preferiti di sempre è Tapestry, un capolavoro scritto da Carole King, uscito nel 1971, il cui unico difetto è quello di contenere uno dei grandi classici da talent show, "(You Make Me Feel Like) A Natural Woman", l'originale comunque quanto di più lontano ci possa essere dagli urletti di Aretha Franklin che tutte cercano di imitare.
Tanto per capirci:



La scrittura di "A Natural Woman", però, risale al 1967, anno in cui comincia la nostra storia - il fatto che, nella versione di Tapestry, il backing vocal sia di Joni Mitchell, infatti, non è per nulla casuale.

È intorno a quell'anno che Laurel Canyon, un distretto nelle colline di Hollywood, comincia a popolarsi di artisti e musicisti, tra cui la stessa Carole King, ai tempi compagna di James Taylor, o la già citata Joni Mitchell, la cui casa è così descritta dal fidanzato Graham Nash:



In poco tempo, Laurel Canyon divenne il punto di riferimento per tutta la scena hippie-folk di fine anni Sessanta, per spegnersi, insieme al movimento di cui era emblema, pochi anni dopo.

A quarant'anni di distanza, far rifiorire il Laurel Canyon sound è la missione di Jonathan Wilson, trentasettenne del North Carolina, capelli lunghi e sguardo schivo, che proprio sulla collina hollywoodiana ha trovato la sua dimensione.
Dopo aver passato anni al di là del vetro nei suoi studi di registrazione - leggenda vuole siano gli ultimi rimasti interamente e solamente dotati di attrezzatura analogica - finalmente, nel 2011 è uscito con il suo primo disco ufficiale, Gentle Spirit, senza dubbio uni dei migliori titoli dello scorso anno. Psichedelia, folk, spirito hippie, dietro gli occhi più timidi che ci si possa aspettare da un uomo dall'apparenza tutt'altro che gentile.

Ieri sera, Jonathan Wilson ha suonato un mini-set negli studi di KEXP a Seattle. Un po' complicato da ascoltare on-demand, ok, ma per ingannare l'attesa tra il download e l'avvio della registrazione, ecco un piccolo esempio di cosa potrete ascoltare:






BONUS TRACK:
Tutti i cerchi si chiudono, e questo non vedo perché debba essere un'eccezione. Seguendo la programmazione e l'orario italiani, subito prima dell'inizio del set radiofonico di Jonathan Wilson, RAI5 ha trasmesso la puntata del Late Show di David Letterman la cui chiusura era affidata all'esibizione di Father John Misty. Vuole il destino, che a registrare e produrre Fear Fun, il neonato disco dell'ex Fleet Foxes, sia stato proprio Wilson. Per quale etichetta sia uscito, che ve lo dico a fare?



UPDATE:
[06.05.2012] Si è saputo solo oggi della morte di Jom McCrary, il fotografo che ha scattato la foto di copertina di Tapestry nella casa di Carole King a Laurel Canyon. La storia dello scatto è raccontata nel suo obituary sul LA Times.

03 aprile, 2012

Diaspora

Se sei minimamente barbuto e fai parte di una band di culto, anche se un po' in secondo piano, ci sono buone possibilità che qualsiasi cosa tu decida di fare da solista venga pubblicato.
Se sei minimamente barbuto, fai parte di una band di culto (nonostante nessuno sappia il tuo nome perché magari ti fanno suonare solo le maracas) e sei anche un discreto musicista, del tutto sprecato alle maracas, stai sicuro che la casa discografica della tua band farà uscire qualsiasi cosa tu decida di incidere, anche da solo.

Sta succedendo in casa Bella Union, che nel giro di un mese si troverà ad accogliere due creature nate fuori dal matrimonio Fleet Foxes.

È uscito da qualche giorno, infatti, Illusions, primo EP dei Poor Moon, capitanati da Christian Wargo e Casey Wescott. Musica da cameretta, nata nelle serate passate in tour con le Volpi, e rimbalzata da una parte all'altra degli Stati Uniti per permettere ai Fratelli Murray (altra metà della band) di aggiungere il proprio tocco.
Cinque pezzi, che raggiungono il proprio apice con questa "People on Her Mind".



Transfugans a tempo indeterminato è, invece, J. Tillman. Dimissionario dalla batteria dei Fleet Foxes, dopo 7 album pubblicati a suo nome, è ora impegnato full time nel progetto Father John Misty, la cui prima fatica, Fear Fun, in uscita 27 aprile, avrà - per sua stessa ammissione - la missione di dimostrare che anche il folk ha un lato sexy. Attenzione agli ormoni, che è primavera, e proprio da oggi ce ne è concesso un piccolo assaggio.



BONUS TRACK:

Sarebbe stato troppo semplice scegliere la canzone migliore dei Fleet Foxes e partire con l'amarcord.
Quindi, per voi, ecco il mio 'Non vogliamo ricordarli così', ovvero, il pezzo peggiore della loro produzione, quello per cui vale davvero la pena mollare tutto e intraprendere la carriera solista: "Mykonos"